Manuale del perfetto peccatore
Capitolo 1 – Prologo
“La tua Invidia è la mia fortuna”. Questo messaggio-talismano l’avevo letto altre mille volte. Spesso si trovava non da solo ma seguito dall’auspicio di lunga vita “Invidioso crepa”, o perché no dal necrologio all’arte del saper vivere “Chi di speranza campa, disperato muore”. Contrapposto abilmente a “La speranza è l’ultima a morire”, oltre che accompagnato dal mio preferito “Mio nonno pensando ai fatti suoi campò cent’anni” (quest’ultimo solitamente più aggressivo – e voi sapete a cosa alludo – ma io, per questioni di etichetta, lo ricordo con toni più sobri). La lista di questi pragmatici suggerimenti utili a una serena vita, è lunga, e non sto certo qui a elencarveli tutti. È talmente lunga che mi ha sfiorato il pensiero (onestamente sono convinto sia così), che da qualche parte in questo Mondo, esista un buontempone il quale non ha altra occupazione che quella di inventare questi motti, infondendo con essi consigli per un quieto vivere, e con la cadenza di uno al dì. Ovviamente ci sarà una scuola, o un’istituzione, o qualcosa di simile che tramanda questa missione nei secoli. I detti sono vecchi quanto l’uomo. Pensate ad Adamo ed Eva. Per loro già valeva “ Una mela al giorno, toglie l‘Eden di torno”. Li chiamano proverbi, qualcuno ci ha ricamato attorno delle parabole. Altri li hanno resi pubblici definendoli massime, aforismi. Il resto di noi, quelli che al massimo riusciamo a mandarne a memoria qualcuno, li tiriamo fuori in occasioni adatte (anche no). Quasi buttati lì, incidentali, esplicativi di sentimenti e stati d’animo, di desideri e volontà, forieri di saggi consigli o ammonimenti alle giovani generazioni. Certamente, ciascuno di noi in questo momento starà passando in rassegna i propri. Quelli che si è sentito ripetere per tutta la vita, e che magari a sua volta ripete e dispensa. In fondo male non fa. Io ricorro spesso a queste locuzioni, a questi distillati di saggezza. Del resto funzionano.
Ad esempio, ogni mattino, camminando verso il mio ufficio, era per me obbligo leggere quella frase sull’Invidia, si quella “La tua invidia è la mia fortuna”, ben stilizzata sul retro della cabina verde dell’apecar di un venditore ambulante, noto a tutti come signor Ignazio (per i clienti abituali, più semplicemente Gnazio – credo per risparmiare). Buon uomo (ho sempre preferito pensare che fosse buono, poiché, con le manone che si ritrovava, di certo non sarebbe stato raccomandabile da cattivo), che con qualsiasi tempo, e qualsiasi governo era sempre lì, ad eccezione dei canonici quindici giorni di ferie agostane. A memoria ricordo che solo una volta mancò per una settimana l’apecar di Gnazio. Fu come se avessero privato la via di un monumento. Si vociferò, subito dopo, che avesse vinto diecimila euro a una lotteria e fosse stato in vacanza, addirittura, dicevano, alle Seychelles. Ignazio era sì un commerciante ambulante, ma in realtà stanziava fisso nello stesso punto del quartiere da ormai quindici anni. Nel suo negozio mobile vendeva solo frutta e verdura rigorosamente di stagione. Egli era solito ricordare ai quattro angoli della strada, dando sfogo al suo vocione affabile, che da lui tutto fosse speciale. Quasi la chiamava per nome la sua merce. Era fiero delle sue pesche, dei suoi meloni, dei suoi peperoni e di quant’altro gli orti riuscissero a produrre, e lui a sistemare, con la dignità di una rinomata gioielleria, sulla sua piccola apecar, che sembrava quasi soccombere al gran carico. I suoi modi e la sua presenza scenica (certe volte mi ricordavano uno di quei tenori che interpretano Figaro) lo avevano reso molto apprezzato dalle massaie del quartiere, e noto anche a molti che giungevano da varie parti della città proprio per la sua frutta.
Io ero convinto, alla luce di ciò, che quella scritta fiammeggiante, esattamente sopra l’esposizione della sua merce, fosse lì come messaggio quanto non celato, che tanto meno subliminale, diretto ai suoi detrattori. Primi tra tutti i suoi colleghi, che ovviamente non erano felici che lui fosse riuscito ad ammaliare la crème delle casalinghe del posto. Per loro fu un dramma sapere che Ignazio fosse stato alle Seychelles. Qualcuno vestì a lutto per una settimana. Per non parlare, dei residenti nei piani bassi delle palazzine, che si affacciavano nel tratto di strada dove lui aveva stabilito la sua sede di lavoro, i quali non erano sempre felici delle sue calorose urla d’incitazione all’acquisto, dei suoi fragorosi spot pubblicitari di strada. Quindici anni non erano bastati a far scemare le tensioni tra lui e gli altri commercianti di frutta e verdura della zona, e tantomeno a sancire una tregua tra lui e i condomini meno affascinati dal suo pittoresco fare. Del resto, lui li sfidava elogiando a gran voce ai quattro venti le virtù della sua mercanzia. Diceva che le aveva più grosse delle patate, le ciliegie. E in estate ricordava di farsela mettere nel ghiaccio, l’anguria. Gnazio non si curava per niente della concorrenza, anzi ripeteva “La tua invidia è la mia fortuna”, e tra i denti ogni tanto si lasciava scappare persino un “Invidioso crepa!”. Svariati di foggia e numero erano i corni e i fiocchi rossi che teneva appesi al suo negozio semovente. Guai, però, a dargli del superstizioso. Si sarebbe candidamente giustificato, addebitando tutto a sciocche usanze che gli aveva tramandato il nonno, anche lui ambulante, e che in memoria del caro estinto, continuava a osservare. Nessuno aveva mai creduto a questa storia, anche se lui a forza di ripeterla apparisse veramente convincente, quasi come un attore che in vita sua non ha recitato altro che Romeo e Giulietta, e ormai si crede Romeo in persona. Io non me ne curavo, convinto com’ero che superstizione fosse un super parente di super eroe (battuta misera, lo so), e quindi non m’interessavo più di tanto del perché avesse tutti quei ciondoli. Piuttosto, ero affascinato da quella scritta. Mi ricordava, frugando tra le lontane memorie del catechismo salesiano, che l’Invidia è uno dei Vizi capitali, e che come tutti gli altri, anche questo conduce a conseguenze, oserei dire, nefaste. Ovviamente, tutto ciò faceva nascere in me una smorfia, che non era tanto una risata, ma più un ghigno sarcastico, seraficamente stampato sul mio faccione ancora sgualcito da chissà quale vizio capitale perpetrato la notte prima. Ogni mattina questo era il pensiero che riattivava il mio cervello. Quasi un mantra. Mi struggevo nel pensarci. Era difficile, oserei dire che per me fosse impossibile, capire come Invidia, e le sue Sorelle, Ira, Accidia, Lussuria, Superbia, Avarizia e Gola, potessero essere quanto di più terribile ci fosse. Scoprii che nel Medioevo quest’elenco fu addirittura allargato alla Tristezza, poi declassata al rango di attitudine poco felice. Su quest’ultima, però, mi trovo d’accordo. La vita è breve, quindi non credo si possa perdere tempo e distoglierlo ai Vizi più importanti. Del resto, credo sia realmente peccaminoso e ipocondriaco ripetere ossessivamente che la vita non da soddisfazione. L’adagio anche qui mi viene in aiuto (come sempre). “Vuoi stare bene, lamentati”, per poi smentirsi e dire “Sorridi, e la vita ti sorride”. Questo si che per me è peccato. Commiserarsi e rabbuiarsi ad ogni difficoltà reale o virtuale. In ogni caso, qualora fosse così, l’elenco sarebbe di certo incompleto. A mio modesto parere, è un vizio capitale anche mettere dei calzini corti con il pantalone elegante, o non abbinare nei colori la cintura alle scarpe, indossare quadri e righe assieme. Già, si dovrebbe aggiungere il peccato di sciatteria ma credo che nessuno lo abbia mai pensato. Peccato.
Ad ogni modo, riconosco che non si possa dire che i Sette (otto) Vizi capitali siano delle Virtù (di certo non lo è la sciatteria) per le quali esiste una letteratura dedicata. Accetto anche, che non siano cose di cui andare fiero. Confesso, d’altronde, che definirle come mali di cui poterne morire, o addirittura patirne imperiture sofferenze nell’aldilà (come se l’aldiquà non fosse sufficientemente doloroso), mi è da sempre apparso come un’esagerazione. In fondo, ad esempio, peccare di Lussuria (vero male del secolo, dal mio punto di vista male in senso lato, ovviamente) con le dovute, necessarie, e ai giorni d’oggi, ovvie precauzioni, che danni potrebbe arrecare a noi e alla società tutta? Dico, se non da origine a progenie non desiderate, a trasmissioni virali letali o più semplicemente, come si può dire, urticanti. Se non scombina ménage familiari, che in ogni caso compromessi già lo sono di loro (altrimenti perché tradire?), ricorrendo al giusto mix di zelo e prudenza, virtù cardinali (e qui scatta il parallelismo) di ogni bravo amante. Se non lede, almeno in maniera clamorosa, il comune senso del pudore (è sconsigliato cedere alla Lussuria in luoghi pubblici, quali: metrò, panchine dei parchi, toilette dei bar – no questa no, fidatevi è entusiasmante). Perché deve essere corsia preferenziale alla strada della perdizione? Questa e tutte le mie altre certezze, già per me incrollabili, erano avvalorate dal mondo in cui viviamo, dove ben più gravi sono i peccati di cui l’uomo si macchia, e i torti che ognuno di noi fa a gara a ricambiarsi. Una precisa mattina, di un qualsiasi giorno di Settembre, di un certo anno, quella frase per me ebbe un senso, iniziò a significare qualcosa di concreto. Qualcosa dentro di me si mosse. Fui come illuminato. Mi resi conto che ero dedito alla perpetrazione compulsiva dei Sette Vizi (l’ottavo per me non era degno di nota), e che non ne ero per nulla disturbato, pentito. Diagnosticai a me stesso la mia malattia. Ero portatore sano di tutti i Vizi. Osservai, passando in rassegna la mia settimana tipo, che dedicavo di certo almeno un giorno a una delle peccaminose Sette Sorelle. In realtà, riuscivo anche a commettere più peccati capitali nella stessa giornata. In fondo si sa, a chiunque piace farlo con più di una contemporaneamente. Ci vuole solo il fisico, e molto allenamento. Un solo consiglio: non fumate, non drogatevi e non bevete o, se proprio dovete, cercate di farlo con moderazione. Potrebbe procurarvi disturbi e disfunzioni ormonali. Perché redimersi volontariamente da un Vizio che nessuno ha mai dimostrato essere lesivo? Ovviamente, la cosa mi fece anche notare che in ogni individuo albergano i geni dei Vizi. Inoltre se io ero a mio giudizio portatore sano, ci sarà stato qualcuno malato in maniera conclamata, qualcun altro addirittura cronico, e anche chi allo stadio finale! Decisi così di studiare i miei comportamenti e stabilire quanto del mio tempo trascorrevo in compagnia delle Sette Sorelle. Non c’era di certo alcuno scopo scientifico. Non avevo mica intenzione di pubblicare la mia ricerca su alcuna rivista. Ero semplicemente curioso di veder e toccare come se fossero vere le mie amanti viziose.
Capitolo 2 – Accidia
Accidia è il disinteresse totale per sé e per gli altri, per la vita stessa insomma.
Per questo mi chiedo: come si può non essere intolleranti al mondo intero di Lunedì?
Dopo un fine settimana favoloso, dedito alla distrazione del corpo e della mente, si ricomincia. Lavoro, una settimana intera di obblighi da assolvere, commissioni da fare, impegni da onorare, persone da incontrare, beghe da risolvere, conti da saldare, oltre imprevisti vari.
Non dico che l’intera giornata del Lunedì sia dedicata all’Accidia, o almeno solo a essa, ma credo che molti di noi al mattino del Lunedì vorrebbero che la sveglia non suonasse con quel trillo angosciante. Che l’intera agenda di una settimana non ci venisse alla mente in un sol momento contestualmente al poggiare i piedi sullo scendiletto, come scagliataci in fronte da un folletto insolente. Che le bollette non si materializzassero tutte insieme, facendo bella mostra di sé attaccate al frigo con quelle calamite tanto simpatiche quanto odiose, a ricordarci i nostri impegni più antipatici.
È proprio in quei momenti che vien da sé il secondo “ Fan culo!” del Lunedì. Il primo lo avevamo proferito al suono della sveglia, nella fase dell’incoscienza più assoluta. Il secondo è quello che invece viene dal cuore. Sostanzialmente se il primo si può tollerare, il secondo no perché è genuino, sentito.
Accidia.
Vorremmo che tutto sparisse, per rimetterci a letto e risvegliarci di venerdì pomeriggio. Poiché ciò non è possibile, ci strasciniamo dal bagno, dove abbiamo cercato noi stessi dentro le nostre mutande, di nuovo in cucina con indosso, oltre che l’accappatoio, l’autonomia sensoriale sufficiente giusto per renderci conto che il caffè è finito. Automaticamente scatta il terzo “ Fan culo mondo!” Ecco, ora siamo peccatori. Perché l’adagio dice “Peccare è umano, perseverare diabolico”. E che diavolo! Non ci suicideremo per così poco, ma diciamo che, in quei momenti, non siamo esattamente in sintonia con la vita. Fortunatamente non ci imbottiamo di psicofarmaci (almeno io), né tanto meno ci stordiamo con droghe più o meno pesanti, e anche se lo facessimo, consiglio vivamente di astenersene il Lunedì mattina: sappiate che il mondo non scompare, ed è lunga fino a Venerdì.
Peccate piuttosto di quest’Accidia indolente. Fanculizzate tutto e tutti intorno a voi nel raggio di 10 metri. Tanto ormai il danno è fatto. Per oggi siete peccatori. Complimentatevi con voi stessi, e uscite. Prima però, fate qualcosa che vi può davvero sollevare. Se siete nelle condizioni psico-fisiche (e mi auguro per voi che lo siate), stimolate nella vostra compagna o compagno (beato chi ha sempre, o almeno spesso, un letto caldo da ambo i lati – questo motto è coperto dal mio copyright, badate!) la naturale voglia di sesso del mattino. Se chiodo schiaccia chiodo, vizio schiaccia vizio (come sopra). Certo se la vostra metà non soffre di attacchi di lussuria mattutina (quant’è cosa buona e giusta l’unione dei corpi a colazione –non so voi ma io ci ho preso gusto!), non vi resta che l’hand-made. Dedicatevi cinque minuti, e vedrete come sarete rasserenati. Scaricherete tutte le tensioni. Istantaneamente il piacere v’inonderà di serotonina, che vi farà vedere di nuovo il mondo a colori. Dimostrazione che la Lussuria è una buona amica, un valido aiuto e certamente un anti-stress clinicamente testato. In seguito, qualora ne dovessi riscontrare, parleremo degli effetti collaterali.
Senza sciatteria, mi raccomando, ma con suggerimento di Accidia, il Lunedì mattina si scelgono gli abiti meno felici. Grigio scuro, o meglio ancora, blu notte. Incazzati con il mondo, ci si dirige verso l’ufficio, possibilmente a piedi così evitiamo di sfogare la nostra Ira funesta sui pedoni, mentre imbufaliti ci troviamo imbottigliati nel traffico. Non che l’Ira sia cattiva, diciamo che è preferibile consumarla a parte, e giacché siamo in compagnia dell’Accidia, meglio godersi solo Lei.
Come per altri quattro giorni a settimana, passiamo davanti all’ape del nostro Gnazio, e buttiamo l’occhio sul nostro leit-motiv preferito “La tua Invidia è la mia fortuna”. Ci ricordiamo allora di sostituire l’Invidia all’Accidia, giusto in tempo per scagliarla contro i negozi di abbigliamento, i parrucchieri e tutti quelli che di Lunedì riposano o lavorano per metà del nostro tempo. Beati loro! Come li invidio. Certo però non è piacevole crepar di Invidia. Fermiamoci un attimo a pensare. Loro lavorano tutto il Sabato e noi no. Diamine, che siano invidiosi loro. Da che il mondo è mondo, l’Invidia è meglio riceverla che darla: in virtù di ciò, faremo buon viso a cattivo gioco.
Abbozziamo un timido sorriso sulla nostra faccia, sin lì brutta copia dell’Urlo di Munch, e via con Superbia ci dirigiamo a spron battuto verso il nostro posto di lavoro. Non senza incontrare la morbida e burrosa Gola, che ci aspetta, delittuosa, al bar. Come rinunciare al cappuccino con la brioche? Impossibile. Momentaneamente, l’Accidia del Lunedì si scioglie con lo zucchero nella tazza del cappuccino caldo. In fondo ogni giorno non è Lunedì, e poi se è vero che anche questa settimana Accidia ci è venuta a trovare, non esattamente in punta di piedi, è anche vero che ci ha raccomandato alle sue Sorelle più gustose: diciamo che serve a rompere il ghiaccio e a ricordarci quante cose belle ci attendono. In fondo anch’essa è utile: serve a farci apprezzare di più la vita.
Silenziosamente, ci terrà compagnia tutto il giorno, la meretrice Accidia, pronta a farci pentire di esser usciti da casa. Le sue Sorelle, fortunatamente ci aiuteranno ad alleviarne la sua tipica morsa, ma solo a sera quando riprenderemo possesso del nostro amato letto, e prima di chiudere gli occhi al mondo, potremo abbandonarci all’ultimo “Fan culo!” della giornata. Quello diretto verso l’ignoto, liberatorio, detto quasi sottovoce. Quello che, se qualcuno ci dovesse sentire, giustificheremmo dicendo di aver smarrito il telecomando tra le pieghe delle lenzuola. E buonanotte.
Capitolo 3 – Invidia
Con una presenza meno ingombrante di Accidia, il Martedì, essendo anche andati a letto presto il Lunedì sera (o sbaglio?), porta con sé un risveglio meno traumatico. Non dico certo che ci svegliamo con un sorriso smagliante, ma almeno non mandiamo subito tutto a “Fan culo!”.
In cucina c’è il caffè, la nostra metà ci fa le coccole mattutine spontaneamente (si spera meno Accidia anche per loro), allo specchio non ci vediamo come un morto vivente, e siamo quasi persuasi, che non sarà poi così terribile un altro giorno di lavoro. Del resto, abbiamo già superato il Lunedì. Siamo quasi certi di potercela fare di nuovo. Quasi.
Ecco che allora accendiamo la Tv. Siamo quasi di buon umore, e puntuale si presenta la Viziosa del giorno. Invidia. Quel giornalista che proprio ci sta sullo stomaco, lancia un servizio di gossip sull’attore di turno e la sua recente fiamma. Ovviamente è una Femmina, di quelle con la F maiuscola. Tutte le F maiuscole. Chiaro? Una che per definirla, ci vorrebbe il paginone centrale di una rivista per soli uomini. Ai sensi della legge sulla parità dei sessi, mi corre l’obbligo di dire che vale lo stesso anche per le donne, ovviamente a ruoli invertiti. Una vocina nella nostra testa ci sussurra qualcosa, qualcosa che suona come “Bastardo…!”, a denti stretti, però, in fondo siamo pur sempre gentleman. Reso l’idea? Già, l’Invidia è lì accanto a noi, pronta a chiudere la nostra bocca, aperta – anzi spalancata – manco fossimo branzini morti. E continuiamo “…è ricco, affascinante e strafighe da urlo, proprio un Bastardo.” “Con la B maiuscola.” “Solo quella.”, aggiungeremo dopo.
Siamo stati risucchiati anche oggi nel vortice del peccato, non pensiamoci su troppo, in fondo questa è la vita. Cerchiamo di evitare di rodere troppo, e in quell’istante la nostra metà viene fuori dal bagno, con indosso un accappatoio XL rosa shocking, i bigodini in testa, e le pantofolone con la faccia di Topolino a destra e Minnie a sinistra. Lentamente ci passiamo una mano sulla faccia, cercando di portar via anche tutte le cose che ci stanno passando per la testa, poiché non sono esattamente ripetibili.
Andiamo noi in bagno, allora: lo spettacolo certamente non migliora. Ci guardiamo allo specchio, nella nostra intera nudità. Che schifo! Ventri flaccidi, maniglie dell’amore, peli sulla schiena, sopracciglia folte, setole al naso, denti gialli: siamo proprio messi male (scusate il tono iperbolico, ma era funzionale a rendere l’idea), e stiamo lì ancora a chiederci come faranno, quei Bastardi della tv, a essere così perfetti. Ovvio, tutto merito del fotoritocco. Noi almeno siamo genuini. Fortunatamente siamo riusciti a tenere l’Invidia fuori dalla porta del bagno. Del resto, un po’ di privacy ci deve esser pur concessa. Recuperata un po’ di autostima, salutiamo quello allo specchio e ci abbigliamo cercando di migliorare giusto un po’ l’immagine complessiva che diamo di noi.
Solo così con mente serena prendiamo la strada per il lavoro. È la quiete prima della tempesta. Ecco che si consuma il dramma! Nel nostro stesso istante, quasi avessimo concordato un appuntamento, arriva il nostro collega. Si lui, quello che odiamo con tutti noi stessi (del resto l’odio non è un vizio, quindi si può), che parcheggia proprio accanto alla nostra Punto la sua nuova BMW 320d blu notte e per di più cabrio. Sentiamo un rumore sordo. Sono i nostri gioielli che non reggendo il peso del confronto, si staccano, e ci cadono tra le gambe, come due piccole uova di quaglia. Mentre lui, con sorriso a trentasei denti ci saluta con un cenno della mano, proprio quella da cui pende il ciondolo portachiavi BMW, e con una lievità, che manco stesse camminando a un metro da terra, ci lascia lì, con la bocca branzino-style, a dire più a noi stessi che a lui “…Bastardo!” Invidia, a quel punto, scende dalla macchina, ci fa riappacificare le labbra tra loro, e ci mette una mano sulla spalla. Ci fa coraggio, dopo averci rosicato. Ci bisbiglia all’orecchio “…chissà quante rate dovrà pagare; per non parlare del mantenimento, assicurazione, carburante, tasse”. La cosa però non mi fa tanto felice. Sono convinto che se io non dovessi mantenere la mia dolce e amata (…Bastarda pure lei!) metà, potrei mantenermi anch’io quella macchina, e mi resterebbe pure qualcosa per un week end al mese in una capitale straniera. La magra consolazione è che il nostro collega è single. Quanto siamo fortunati noi che al mattino e a sera abbiamo qualcuno che ci tiene caldo il letto. Invidia non perde l’occasione per mettermi una mano sulla spalla e sussurrarmi “…d’ora in avanti con quella macchina, pur rimanendo single, avrà anche lui a mattina e a sera qualcuna che gli terrà il letto caldo: soprattutto, qualcuna sempre diversa.” Mentre rimuginiamo su tutto ciò, siamo giunti al nostro posto di lavoro.
Guardiamo la foto della nostra dolce metà, e lì troviamo la forza di dire “…Almeno ho lei che mi ama!”. Non facciamo neanche in tempo a terminare il pensiero che la nostra cara amica Invidia ribatte “…Almeno lui ne amerà tante, e nessuna di loro pretenderà che si ricordi anniversari, ricorrenze, compleanni, giorni speciali…” Dobbiamo ammetterlo, Invidia è una brutta bestia, e noi non facciamo altro che dimenticarlo. Come se avessimo un pit-bull e lo aizzassimo contro noi stessi. Ricollegato il cervello, e rimosse le immagini della fidanzata seminuda dell’attore che tanto detestiamo, oltre che della Bmw del collega, ci mettiamo a lavorare.
Neanche trascorsa mezz’ora che ecco il lampo di genio. Con un abile lavoro di copia e incolla, tirato fuori il nostro biglietto elettronico di quel nostro famoso ultimo viaggio (oltre che risalente al secolo scorso) gelosamente custodito nelle e-mail, lo trasformiamo in un biglietto per un week-end per due persone a Parigi. Con l’aiuto di Invidia, lo lasciamo a far bella mostra di sé proprio accanto alla macchina del caffè. Cinque minuti e il gioco è fatto. Il nostro collega, si lui, proprio lui, quello, Signor 320d, se lo ritrova tra le mani assieme al caffè macchiato, e non può fare altro che venire verso noi, porgercelo e farci i complimenti per il bel viaggio che ci siamo regalati (e lì noi a godere come cinghiali).
A quel punto, e solo a quel punto, possiamo ricambiare, congratulandoci con lui per la sua nuova macchina (mentre dentro noi una vocina rende il nostro vero pensiero “…Bastardo!”). Invidia, che fa le cose per bene, ci riserva la notizia più bella che avessimo mai potuto ricevere. Il nostro odiato collega, ci confessa che la macchina non è sua, bensì del cognato, giacché la sua è dal meccanico perché ha fuso il motore. Godimento estremo. Questo si che sono belle esperienze.
Provatemi a dire, ora, che Invidia è male. Per chi come noi l’ha conosciuta, non resta che dire, che è mille volte migliore della fidanzata di plastica di quell’attore con il fondotinta. Ora si che siamo in pace con noi stessi. Oserei dire che il Martedì si può addirittura fare a meno degli altri vizi. La settimana volge per il meglio. Santi peccati capitali!
Capitolo 4 – Ira
Anche questo, come tutti gli altri capitoli, è da intendersi rivolto sia agli uomini sia alle donne, con i dovuti adeguamenti del testo, che lascio a voi, perché io mi scoccio. N.d.A. (nota dell’autore)
Memori della grandiosa giornata di Martedì, dove Invidia ci è stata ottima complice, ci ha stimolato un grande appetito che Gola non ha tardato a saziare, e ci ha dato la carica per trascorrere una notte di fuoco tra le braccia di Lussuria, ecco che apriamo gli occhi al nuovo giorno: Mercoledì.
Non finiamo ancora di pensare alle gioie del giorno prima, che cerchiamo ancora a letto la mano della nostra metà. Oggi siamo quasi romantici. Sorpresa. Il letto è vuoto. Si è già alzata, pensiamo. Ci starà preparando la colazione. Questa notte l’abbiamo lasciata soddisfatta. Di conseguenza, ci tocca il premio (credici…). Sornioni, con l’aria del latin lover consumato, ci dirigiamo verso la cucina. Evitiamo accuratamente di guardare le bollette sul frigo (e si sono ancora lì), evitiamo di accendere la tv, evitiamo insomma di essere di cattivo umore.
Oggi è Mercoledì. Metà settimana è andata. Il week end fa capolino all’orizzonte. Molto all’orizzonte, ma ci basta. Perché cedere al cattivo umore? Il momento peggiore, in fondo, è passato. La cerchiamo in bagno. Non c’è. Guardiamo l’orologio. Sono le 8.00. Tardissimo. Finalmente notiamo un biglietto sul tavolo. “Sono uscita.” “…ma va, davvero?”, come se avessimo potuto pensare che fosse stata rapita. Meglio prepararsi. Si è fatto tardi. Oggi si va in macchina. A piedi non conviene, piove ed è tardi. Sorpresa, anche le chiavi della nostra macchina sono sparite. Al loro posto un altro bigliettino. “…la mia è senza benzina, tanto tu vai a piedi…” Ci imponiamo la calma. Prenderemo un autobus. Peccato, se avessimo acceso la tv, avremmo saputo che erano in sciopero. L’otre inizia a riempirsi. Evitiamo che sia colma. Che saranno mai due passi sotto la pioggia. Peccato che il solito “…Bastardo!” di turno, ci schizzi l’unica pozzanghera che ci fosse nello spazio di 20 metri.
Non dobbiamo cedere alla crisi di nervi, costi quel che costi: arrivati in ufficio, tutto andrà bene. Peccato che in ufficio nella notte fosse andata via la luce. Black out. Seguente corto circuito. Qualcuno aveva scollegato il gruppo di continuità del nostro computer. E quando dico del nostro, solo del nostro, che puntualmente dimentichiamo acceso. Noi non avevamo provveduto a fare il back-up. Dovevamo riscrivere totalmente la relazione che il capo aspettava per oggi. Siamo spacciati. No. Oggi è il mondo a essere cattivo. Noi dobbiamo mantenerci calmi. Un dubbio ci assale: “Ma dove sarà andata così presto?” “A fare la spesa? Dalla madre? Dall’amante…?” No. Evitiamo pensieri poco positivi. Testa bassa sulla tastiera, e lavorare. Mentre siamo lì a ticchettare sui tasti, il tizio del Bmw 320d blu notte non suo, inciampa e ci rovescia su di noi il suo dannato caffè macchiato. “… porc…!” Quanto a lungo resisteremo? Dobbiamo resistere per il tempo che resta. Ormai ci siamo. Domani sarà Giovedì, e poi sarà Venerdì. Possiamo ben dire che la settimana è già bella che finita. Non c’è nulla di cui dobbiamo lamentarci. Nulla. Niente ci potrà far innervosire. Durante la pausa pranzo, chiamiamo la nostra amata metà (per colpa sua sembra che ci siamo pisciati addosso!). O meglio, proviamo. Il telefono squilla, ma a vuoto. Una, due, tre volte. Camomilla, oggi. Niente caffè. “Chissà dove sarà finita.” Torniamo a lavoro. Riusciamo, grazie ad una capacità mnemonica che ignoravamo d’avere (l’Ira repressa, si sa, amplifica i sensi), a terminare la relazione giusto in tempo per andarla a consegnare al direttore. Il quale, ringraziandoci per la solerzia del nostro impegno, ci comunica che la relazione ormai è del tutto inutile, in quanto l’affare di cui tratta è sfumato durante il week-end precedente. Non stiamo neanche lì a chiedere come mai non fossimo stati avvisati. Sentiamo dentro di noi qualcosa. Eccola. Cresce. L’Ira funesta di omerica memoria è viva dentro di noi (motivo del pluralia maiestatis). Si sta nutrendo. Si muove. Camomilla? No, meglio un chewingum. Mastichiamo tanto nervosamente, che facciamo la bavetta agli angoli della bocca. Lanciamo occhiate di fuoco a chiunque ci viene a tiro. Dobbiamo riuscire a trattenerci. L’Ira è difficile da gestire quando dinanzi a te hai uno stuolo di colleghi che ti stanno sulle palle. Andiamo in bagno e ci sciacquiamo il viso. Il cellulare vibra. È un sms. “T ric ke stas è comply d ns nip Sn st ttt il g a prep addob C ved d my sor Purtr vorrei ven a prend ma sn a casa cn bebè xkè sister è and a prend tort dl past” I 160 caratteri più angoscianti della mia vita! Ecco la traduzione in italiano corrente: “Ti ricordo che stasera è il compleanno del nostro nipotino. Io sono stata tutto il giorno a preparare gli addobbi. Ci vediamo da mia sorella. Purtroppo, vorrei venirti a prendere, ma sono a casa con il bimbo perché mia sorella è andata a prendere la torta dal pasticciere.” Che fare? Urliamo? Spacchiamo tutto? Ci vuole sangue freddo. Saranno bellissime le foto, avremo i pantaloni bagnati dal cavallo al ginocchio, la camicia bianca macchiata di caffè, e i nervi a fior di pelle.
Sono le 18.00 Dobbiamo attraversare la città. Meno male che c’è la metro. In questo momento capiamo cosa prova Hulk prima di trasformarsi. Scesi dalla metro, un tizio, con un forte strattone, tira via la borsa a una ragazza, si proprio a quella cui abbiamo tenuto gli occhi appiccicati addosso per tutto il viaggio. Che ottima occasione per scaricare la nostra Ira repressa. Come fosse un superpotere, ci lanciamo all’inseguimento del balordo. Il figlio del vento in quel momento ci avrebbe fatto un baffo. Neanche noi sappiamo come, ma ci ritroviamo addosso a quel povero malcapitato, che ha dato sfogo alla nostra Ira. L’ira funesta cantata del Pelide Io. Lo abbiamo catturato. Arrivano gli agenti che si trovavano alla fermata. Noi riconsegniamo la borsa alla ragazza. Lei ci abbraccia, ci copre di baci e ci sussurra all’orecchio “Mio eroe…” Ricomponiamoci. Calma. Non sveniamo. Lei prende un bigliettino ci appunta su un numero di telefono e porgendocelo ci dice “…adesso vado di fretta, ma chiamami quando vuoi, mi farebbe piacere prendere un caffè con te. Sono in debito.” Sarà il più bel credito da riscuotere che ci sia capitato dagli ultimi…, da tanti anni.
Arriviamo che la festa è già finita. Devastati. Sanguinolenti. Umidi e sporchi di sudiciume e di caffè. Niente però potrà toglierci quel sorriso soddisfatto, frutto della nostra Ira eroica. Neanche la nostra dolce metà, che in macchina, per tutto il tragitto fino a casa, ci chiede cosa ci sia successo e ci racconta di ciò che ci siamo persi. Già, ci siamo persi bimbi col moccio che cola, nonne, zie e prozie appiccicose, e soprattutto le foto di rito. Per quanto riguarda la torta, quella no. Ho provveduto da me a portarmene via una bella fetta. Gola mi ha detto che me la merito. E anche per oggi abbiamo peccato.
Capitolo 5 – Avarizia
Giovedì. È giunto il momento. Le bollette devono essere pagate. Non possiamo temporeggiare oltre, a meno di non voler mangiare cibi in scatola, lavarsi all’autolavaggio insieme alla macchina, e tornare alle luci a olio, alle candele e ai computer a manovella. Il computer. Tutto ma non il computer. Questo è sufficientemente grave da convincerci che pagheremo oggi tutte le utenze. Ci rotoliamo giù dal letto. Ci scappa, su suggerimento di Accidia, un “Fan culo!” che male non fa, e quasi carponi usciamo dalla stanza. Eccoci. Siamo faccia a faccia con il frigo. Il custode delle nostre sofferenze: sono tutte lì, tenute insieme dalle calamite a forma di ananas, banana e Mickey Mouse. Facciamoci coraggio. Assumiamoci le nostre responsabilità. Chiudiamo gli occhi, e le tiriamo via. Ormai le abbiamo in mano. Prossima fermata, ufficio postale. Verrebbe quasi da disertare la colazione, per risparmiare. Niente da fare. La torta di ieri sera è lì in frigo che aspetta. Caffettino, e via. La posta è lungo il tragitto per il lavoro. Meglio pagarle subito le bollette. Chiudiamo la porta dietro di noi, e continuiamo a ripetere la cifra esatta delle bollette, comprese le spese postali. Trecentodue euro. Non sarà poi la fine del mondo. Certo ne avremmo fatte di cose con questi trecento euro. Tant’è. Le nostre esperienze alla posta sono paragonabili a quella del Diavolo in Paradiso. Fortunatamente non era giornata di pensioni. Solo cinque minuti di fila. Quelli giusti per incontrare la ragazza della metro. Anche lei era lì. Mentre la stiamo fissando inebetiti, lei, che percepisce degli occhi maniaci addosso, si volta e ci riconosce. Come sempre va di fretta, giusto il tempo per rinnovarci l’invito al caffè. Non eravamo mai stati così contenti di andare alla posta. La giornata, in fondo, aveva assunto una piega più positiva del previsto.
Ogni ufficio che si rispetti, e ogni luogo di lavoro dove ci siano almeno due persone, per un semplice calcolo statistico-matematico, di certo ha buone possibilità di annoverare nel suo staff almeno un Signor Parsimonia. Non potevamo certo farcelo mancare giusto noi. Il caso estremo, a giudizio di molti studiosi, è impersonato da chi porta il termos di caffè da casa. La macchinetta del caffè è la sua nemica numero uno. Una volta mi disse che con i soldi risparmiati alla macchinetta del caffè (per correttezza lui includeva anche i caffè al bar), ci si può perfino pagare l’assicurazione della macchina. Addirittura, taglia a metà i tovaglioli di carta per farli durare il doppio. Per non parlare che la sera, se vuole leggere un libro (pensa al risparmio di corrente che si ha senza vedere la tv), scende nella piazzetta sotto casa e lo fa alla luce dei lampioncini. Di contro, paga sempre le bollette puntuali, senza angoscia alcuna. Non è mai in arretrato in nulla. Riesce persino a permettersi un congruo piano di risparmio che gli garantisca una pensione integrativa. C’è chi dice che ogni mese metta da parte anche trecento euro. Noi con i trecento euro di bollette pagate oggi, abbiamo altri trecento euro fino al prossimo stipendio. Tra dieci giorni. Come si fa a essere braccino corto? Come si seduce Avarizia? Facile. Si finge. Lei tanto è sempre in cerca di nuovi adepti: oggi dedicheremo la giornata ad Lei.
Abbiamo trenta euro in tasca. Dobbiamo riuscire a tornare a casa con non meno di venticinque euro. Facile, no? Del resto staremo in ufficio fino alle 18. Per oggi niente caffè, e a pranzo, una mela un panino e una bottiglietta d’acqua. Un po’ di dieta non ci ucciderà. Tanto poi a sera con comare Gola, ci si fa gli spaghetti.
La giornata in ufficio scorre tranquilla. Riusciamo pure a scroccare un caffè a un collega che ci doveva mille favori, e il massimo che ha fatto in cambio è stato questo. Poco importa. A noi è utile per superare questa nostra propensione alla spesa, e riuscire ad amoreggiare con Avarizia. Inoltre, ci basta ripensare ai trecentodue euro sborsate la mattina.
Tornando verso casa, ci viene la brillante idea di fare una telefonatina. Si proprio quella telefonatina. Squilla. Risponde. Cade la linea. Avarizia si manifesta: “Il vostro traffico non è sufficiente a effettuare questa chiamata.” Abbiamo esaurito il credito nel cellulare. Proprio davanti a una tabaccheria. Abbiamo ventotto euro. Il taglio di ricarica minore è da cinque euro. Ventotto meno cinque uguale ventitré. Due euro meno del nostro obiettivo. Le soluzioni sono due. Desistere dal telefonare. Si può sempre rimandare a domattina, con il rischio che domani il nostro proposito non valga più. Oppure, acquistare la ricarica e fare quella benedetta telefonata a signora Lussuria. Attimi di panico. Riflessioni lunghe e snervanti. Ci sono serviti quarantacinque secondi per decidere. Quarantacinque. Ne abbiamo impiegato di più, solo quando abbiamo scelto l’acchiappa zanzare a forma di mano invece di quello a forma di racchetta da tennis. Nell’arco di altri 120 secondi il telefono è già bello che carico. Cinque euro da spendere in una amabile conversazione con la nostra ragazza della metro. O della posta. Che poi è uguale. Squilla. Squilla. Non risponde. Riproviamo. Squilla. Squilla. Risponde. “Pronto…”, riconosciamo la voce della Lussuria. Adesso tocca a noi farci riconoscere. “Non ti sento bene, scusami, ma sono in una zona, dove c’è poco campo…” Noi di certo non ci arrenderemo per così poco. Torna la linea. La conversazione va avanti a tratti e si trascina per quasi cinque lunghissimi minuti. Alla fine ci manda un sms con il suo indirizzo. Domani sera alle 19. Aperitivo a casa sua. È fatta. Signora Lussuria, aspettaci. Contemporaneamente, incrociamo le dita e riceviamo anche il messaggino dell’operatore che ci informa che il nostro credito residuo è un euro e novantacinque centesimi. Abbiamo speso quasi tre euro di traffico. Non stiamo lì neanche a chiederci come sia successo. Con un rapido calcolo, se abbiamo quasi due euro di traffico nel cellulare, quindi paragonabile a moneta sonante, in realtà è come se avessimo ventiquattro euro e novanta centesimi. Abbiamo sforato di dieci centesimi. Non possiamo permettere che dieci centesimi ci tolgano la possibilità di conoscere Avarizia. Tornati a casa, chiediamo un euro alla nostra dolce metà, dicendole che abbiamo comprato del chewingum stamattina alla tabaccheria sotto casa, e non lo abbiamo pagato perché non avevano il resto di dieci euro. In fondo che male può farle scroccarle un euro? Oggi per la prima volta siamo stati capaci di risparmiare, in altre parole di scroccare qualcosa ed evitare, nel limite del possibile, di intaccare le nostre riserve auree. Abbiamo in tasca novanta centesimi in più del previsto. Siamo più che soddisfatti, e “Fan culo l’Avarizia”. Pardon, è stata l’emozione. Peccato veniale.
Capitolo 6 – Lussuria
Stamattina ci svegliamo ancor prima che la sveglia possa solo ipotizzare che stia per farsi l’ora dello scampanio. Lentamente la nostra bocca cede a un sorriso quasi involontario.
Oggi è Venerdì. Abbiamo un appuntamento molto importante. L’aperitivo delle 19.00 con Signora Lussuria. Che ridere, non sappiamo neanche come si chiami. In fondo, importa a qualcuno? Non credo. Doccia calda e abbondante bagnoschiuma. Dose massiccia di deodorante e profumo da vero macho. Rasatura accurata. Capello ben pettinato. L’abito migliore e i denti lavati. Oggi niente ascensore, si scende per le scale. Dietro i nostri occhiali da sole, i nostri occhi brillano.
“Invidioso crepa!”. Oggi preferiamo questo tra i motti di Gnazio. Lo salutiamo pure con un rapido cenno della mano. Oggi siamo davvero di buon umore. Un pizzico di autostima non fa mai male. Mentre abbiamo percorso metà della strada da casa all’ufficio, la tasca interna sinistra della giacca vibra. “Ti ricordo che stasera ceniamo dai nostri nuovi vicini. Porta il vino rosso. Ci aspettano per le 20. Mi raccomando. Oggi non mi hai neanche salutato. Tutto bene?” Avete mai sentito parlare di fulmini a ciel sereno? Ecco, noi in questo momento siamo nel bel mezzo di una tempesta magnetica. La tensione è a mille. Innanzitutto, la cena alle 20 significa che avremo solo un’ora da trascorrere con Signora Lussuria; che dovremo comprare il vino e portarcelo dietro al nostro aperitivo sexy; che non abbiamo avuto lo zelo necessario, virtù di straordinaria importanza per chi pecca con Lussuria, dal momento che abbiamo destato sospetto.
Sediamo alla nostra scrivania. Calma. Carta e penna. Risolviamo i problemi uno per volta. Bene, iniziamo con l’orario. Mandiamo un messaggio alla ragazza della metro, possiamo anche esser da lei per le 18,30. A cena arriveremo con un piccolissimo ritardo di mezz’ora. Due ore sono il tempo che ci occorre a rompere il ghiaccio e far fruttare l’aperitivo. Non possiamo accontentarci di meno tempo. Per quanto concerne il vino, se arrivassimo dalla ragazza della posta con una bottiglia di vino in mano, penserebbe che l’abbiamo presa per lei. Di certo alle 20,30 sarebbe tardi per comprarlo, e non possiamo rischiare di non trovare un posto aperto. La soluzione occorre di un lungo e attento ragionamento. Trovato! Compreremo una di quelle confezioni di vino da due bottiglie. Diremo che le abbiamo ricevute in regalo. Potremo aprirne una con lei e l’altra portarcela alla cena. Siamo dei geni. Inoltre dobbiamo stare attenti a non destare alcun sospetto. Giustificheremo il ritardo tornando a casa claudicanti, praticamente zoppi, per esserci procurati una distorsione alla caviglia destra. Ripassiamo tutto. Può andare. Ci appare abbastanza convincente. La giornata lavorativa passa lentamente. È sempre così quando si aspetta qualcosa di piacevole. Nel frattempo, la fortuna ci ha baciato. Riceviamo l’sms di risposta che conferma di poter pure andare alle 18,30. Anche lei è ansiosa di vederci, è chiaro: ne abbiamo avuto la certezza. Alle 18 puntuali scappiamo letteralmente da lavoro. Ci fermiamo solo per acquistare il nostro pensiero galante. Una piccola enoteca strada facendo è ciò che fa al caso nostro. Entriamo, quasi furtivamente. Scegliamo il vino. Mi raccomando. Non troppo scadente ma neanche troppo caro. Nessuno si sognerebbe di regalarci vino che costi più di cinque euro a bottiglia. Troviamo quello che fa al caso nostro. Una confezione contenente una bottiglia di Pinot grigio e una di Montepulciano d’Abruzzo. Undici euro e novanta centesimi in offerta.
Eccoci, siamo già al citofono. Lei neanche risponde. Apre direttamente. Lussuria ci stava attendendo di certo a braccia aperte. Terzo piano. L’ascensore sembra non arrivare mai. Si fa trovare sulla porta. La ricordavamo più magra, ma in ogni caso stretta in un tubino blu elettrico, fa la sua figura (figuriamoci senza). Ci fa accomodare in salotto, e mentre ancora le stiamo porgendo il soprabito, inizia a ringraziarci. Le offro la bottiglia di Pinot. Lei ringrazia ancora per il cortese pensiero. Trascorriamo i primi quindici interminabili minuti a scambiarci convenevoli vari. Ci invita a metterci a nostro agio. Lei va in cucina a preparare l’aperitivo. Abbiamo giusto il tempo di toglierci la giacca, che sentiamo una chiave girare nella serratura. Gelo. Si apre la porta. Sull’uscio si materializza un individuo alto almeno un metro e novanta, con delle spalle enormi, e soprattutto una divisa da poliziotto. Il sangue si congela nelle nostre vene. Il testosterone coagula creando il classico groppo in gola. Lo mandiamo giù, appena in tempo perché Signora Lussuria si materializzi in salotto e faccia le presentazioni. Quello era il suo convivente. Proprio lui aveva voluto tanto conoscerci per stringerci la mano, e ringraziarci del gesto eroico. Che piacere… Insistono addirittura perché resti per la cena. Che occasione migliore per dir loro che abbiamo già un altro invito? Magari sarà per la prossima (nella prossima vita).
Arriviamo a casa alle 20 puntuali. Non abbiamo avuto bisogno di giustificare nulla. Nessun ritardo. Nessuna scapigliatura. Nessuna traccia di rossetto (quanto ci sarebbe piaciuto aver dovuto trovare una giustificazione a questo!). Dejavù. Il vicino apre la porta e la scena si ripete. Di nuovo, calorosa accoglienza, rito del soprabito, posizionamento in salotto, convenevoli d’obbligo, offerta del vino. Solo che stavolta il testosterone latita. Non latita a lungo, però, la nostra cara amica Signora Lussuria. Si è giusto solo cambiata d’abito. Dal tubino blu elettrico al tubino nero. Che bomba la nostra vicina. Come avevamo fatto a non notarla fino ad oggi? Chiaro. È hostess di volo. Tratte intercontinentali. Tra ventiquattro ore si sarebbe imbarcata su un volo per Tokyo. Ora le nostre attenzioni saranno tutte rivolte all’accattivante assistente di volo. Anche lei sembra ricambiare (dopo qualche minuto ci ricordiamo del bidone di poco prima, e torniamo con i piedi per terra). Ci mettiamo a tavola. Loro sono astemi. Noi no. Noi e la nostra metà ci diamo dentro con il vino. Cena frugale. Quasi piacevole. Finché non notiamo che lei ci guarda strano. Lei, si proprio lei. L’hostess. Seduta di fronte a noi. Stentiamo a credere a quello che sta accadendo. Sentiamo qualcosa strusciarsi con le nostre tibie. Ci sta facendo il piedino? Il testosterone, che frattanto, complice il vino, era tornato blandamente in circolo, è richiamato alle armi. Lanciamo uno sguardo furtivo tra le nostre gambe. Vi ricordate quella sensazione provata il martedì, quando i gioielli di famiglia quasi si materializzavano come palline da ping pong ai nostri piedi? Era il gatto. Non l’avevamo per nulla notato in giro per casa. E ora era lì a prendersi gioco di noi. Lei si rende conto del nostro imbarazzo e ci fa l’occhiolino. Pensiamo di avere le allucinazioni. Invece, la Lussuria volante sta flirtando con noi. È vero. Cerchiamo di immaginare come si possa fare con i rispettivi compagni seduti al nostro tavolo. Testa sul piatto. Facciamo finta di nulla. Neanche passano dieci minuti, siamo arrivati al dessert, e crediamo che il gatto sia tornato alla carica, stavolta sull’altra gamba. Vorremo dargli una gran pedata. Qualcosa però ci trattiene. Con la mano sinistra cerchiamo di afferrarlo, scivolando lungo la nostra gamba sinistra. Al tatto non sembra il gatto. È liscio. E quello era un persiano bianco a pelo lungo. Quelle invece erano… gambe di donna! Ora si che Lussuria ci stava provando con noi. Figuriamoci, ci starà prendendo in giro. Lentamente ritiriamo la mano, mentre portiamo un cucchiaino di creme caramel alla bocca, diamo sguardo in avanti, e lei è pronta lì a farci di nuovo l’occhiolino. Signori. Siamo rovinati. La nostra vicina ci prova con noi. Il testosterone s’impossessa del nostro corpo. Facciamo giusto in tempo a incolpare il vino, accusando di essere lui ad aver generato quelle che di certo sono allucinazioni, o no? La nostra solerte metà interviene, scuotendoci per il braccio, e ci fa rinsavire. Che abbia capito qualcosa? Siamo spacciati. Lentamente voltiamo lo sguardo alla nostra sinistra. Atterriti, la guardiamo in faccia. Ci sorride. Ci schiaccia l’occhio. Anche lei. Nel suo sguardo c’è qualcosa di strano. Una fiamma! La Lussuria si è impadronita di lei. Con un’abile mossa simula un improvviso malessere causato dal vino. Ci congeda rapidamente dai nostri vicini. Ci trascina in casa. Stiamo cercando di slacciare la cravatta, che lei ci afferra proprio per quella, in pratica tenuti al guinzaglio, e ci trascina nella stanza da letto. Il resto è storia. Nessun dettaglio. Peccato.
Capitolo 7 – Superbia
Oggi niente sveglia. È Sabato. La stanza da letto è l’unica testimone della notte trascorsa abbandonati (totalmente, tanto eravamo ubriachi) tra le braccia di Lussuria. Respiro profondo. Che facciamo?
Tocchiamo terra, ci scrolliamo di dosso gli ultimi fumi dell’alcol. Rapido passaggio dal bagno. Poi subito in cucina. Caffè. Nessuna bolletta sul frigo. Godimento. Tv. Il programma del mattino il sabato non va in onda. Godimento doppio. Siamo soli. Biglietto del Sabato mattina. “Amore sono dal parrucchiere e poi vado a fare la spesa. Ci vediamo a pranzo”. Hat trick! Tripletta! Verrebbe da rimettersi a letto. Soli, senza debiti (anche senza soldi, comunque) e senza alcuna commissione da svolgere in compagnia della nostra metà. Troppo bello perché si rimanga a letto. Si festeggia. Si va in centro.
Bar, e presa di possesso del nostro tavolino preferito, piazzato nella postazione strategica che permette una perfetta vista sulla camminata dello shopping. Se loro guardano le vetrine, a noi non resta che guardare loro, le donne. Come teletrasportati, siamo già lì, a fare bella mostra di noi stessi. Lussuria ci ha lasciato la Sorella più piccola: Superbia. Si, oggi ci sentiamo superbi esemplari di uomo.
Ricordiamo ancora distintamente l’occhio languido della nostra vicina di casa, e anche la nostra compagna ha contribuito a nutrire il nostro ego: ora sta a noi metterlo in mostra. Barba non rasata lunga di ventiquattro ore, camicia con i primi due bottoni slacciati, giacca morbida, e, perché no, un bel sigaro cubano (si consiglia un Montecristo formato Tubos): benvenuti alla fiera della vanità. Eccoci, con Superbia seduta al nostro fianco, ci caliamo nel personaggio. Oggi anche noi siamo di quella razza. Quella razza di uomo che non deve chiedere mai.
Da un momento all’altro, attendiamo soltanto che qualcuna approfitti della sedie vuota al nostro tavolo per godere della nostra compagnia. “Aspetta e spera”, si dice. Siamo pressoché certi che la cameriera tanto carina riserverà a noi uno sguardo sognatore, lascivo, affascinato. Un timido scroscio di pioggia settembrina ci aiuta a rinsavire. È già mezzogiorno, abbiamo avuto il nostro momento fashion. Ci siamo sentiti come quell’attore che tanto abbiamo invidiato, anzi oggi siamo anche migliori di lui, del resto, noi siamo reali. Carichi di tutte queste piccole ma insostituibili gratificazioni, siamo sempre più convinti che un pizzico di Superbia non possa che aiutare la nostra autostima, il nostro Ego maltrattato. Peccato, che nessuna abbia approfittato per godere della nostra compagnia: non sanno cosa si perdono.
Torniamo a casa. Togliamo solo la giacca e, ancora ebbri di superbo amor proprio, sediamo in salotto. Quel salotto di pelle che abbiamo sempre odiato: in pelle, anti pennichella estiva. Oggi è l’accessorio ideale al nostro habitus superbus. Prendiamo una rivista tra le mani, non siamo uomini da tv. La nostra metà arriva proprio mentre noi stiamo leggendo di uno stilista che ci stava svelando i segreti delle dive. Noi non ci alziamo per andarle incontro, non sarebbe da vero macho. Al massimo voltiamo lo sguardo alla porta. Giusto per notare che oggi è particolarmente bella. Lei ricambia, e ci ringrazia. “Sei splendido. Ti sei fatto bello per me. È stato il più bel regalo di anniversario che avresti potuto farmi.” Come dei fessi, anche quest’anno ci siamo cascati. Abbiamo dimenticato il nostro anniversario. Questa volta, la prima in cinque anni, non riceviamo degli improperi irripetibili, ma dei complimenti. Siamo davvero dei fighi. Lì ci rendiamo conto che neanche la nostra partner non è male, affatto.
Poiché non abbiamo preso alcun regalo (fin qui niente di nuovo), Superbia ci ricorda di continuare a recitare bene la parte. La cingiamo per la vita, la guardiamo negli occhi, le sussurriamo “Ti amo” e la portiamo in braccio nella camera. Per quest’anno ci siamo salvati, ma per il prossimo mi sa che conviene mettere una nota in agenda, tra Lussuria e Superbia scrivere Anniversario.
Attenzione però, Lussuria non ammette distrazioni. Non agitatevi, non c’è stato alcun passo falso, non abbiamo trovato alcuna strana macchia nella zona genitale essendo monogami forzati da anni, la nostra perfezione non è stata macchiata da alcuna defaillance, tutt’altro. Appena rientriamo in camera, la nostra cara e amabile metà, si fa trovare con lo scontrino dell’enoteca in mano, quello del vino del peccato non perpretrato. Ecco c’ha beccati con le mani nella marmellata. C’è poco tempo per riflettere, e soprattutto dobbiamo evitare di dire qualcosa che possa compromettere ancor più la situazione. In un baleno ci rendiamo conto che Accidia è troppo annoiata per aiutarci, Invidia non riesce ad evitare di sghignazzare del nostro imbarazzo goffamente celato, siamo certi che non sia il caso di far intervenire Ira con i suoi sfoghi isterici, Lussuria se la spassa con Superbia, Gola è interdetta ad assistere, dal momento che è vietato portare cibo a letto (anche se sessualmente stimolante), e Avarizia, ovviamente, è la meno indicata per testimoniare in un caso di spese impreviste, e non riportate nel registro delle spese di casa. Ecco allora che non possiamo fare altro che rivolgerci a una delle cugine delle nostre care amiche, Bugia. È noto “Una piccola bugia detta a fin di bene, non ha mai ucciso nessuno” anche se i comandamenti impongono di “Non dire falsa testimonianza”. Giacché siamo comunque dannati per questione di DNA, “Bugia aiutaci tu!” Accampiamo una scusa che, per quanto strampalata, in quel momento in cui siamo ancora superbamente pieni di noi, riusciamo a far apparire davvero credibile. La storiella è che abbiamo acquistato due bottiglie di vino diverse, perché non sapendo a che cena saremmo andati incontro, era nostra intenzione evitare di sbagliare accostamento con i cibi. Malauguratamente, strada facendo, il sacchetto, chissà come, si è rotto, et voilà, addio Pinot! La nostra performance è a dir poco fantastica. Le Sette Sorelle si esibiscono in una standing ovation. Bugia ci dedica soddisfatta un bacio in fronte. Nel silenzio, udite udite, parte un compiaciuto applauso. L’altra metà del cielo, divertita, fingendo di essere totalmente persuasa dalla nostra storia, ci dedica un compiaciuto battimani, e come se per lei il sabato fosse il giorno dedicato a Lussuria, ci tira di nuovo a letto. Addio pranzo. Gola può attendere.
Si tira, così, ad arrotolarsi tra le lenzuola fino alle 15, che Lussuria è in vena di allenamenti extra. Poi ci si lascia cullare da Morfeo per un paio di ore. Giusto il tempo che ci occorre per ritemprarci in vista di un sabato sera con un anniversario da festeggiare.
Come ogni anno, ci attende la cenetta romantica sempre al solito ristorante, la serata danzante sempre nel solito locale, la solita passeggiata mano nella mano nel parco vicino casa dove le abbiamo chiesto di sposarci. Sicuramente quel giorno sarò stato vittima dell’Ozio, padre benevole delle Sorelle Vizio. Solo così può spiegarsi il detto “Sei annoiato? Sposati!” Così ho fatto. Ora, eccomi qui a festeggiare l’evento. Capita una volta l’anno. Resisteremo. In fondo poi oggi sta andando tutto alla grande. Basta non fare passi falsi. Rigonfiamoci quelli che dovrebbero essere dei pettorali, e via. Riassumiamo l’atteggiamento da duri e segniamo il territorio. Aduliamo un po’ la persona che ci ha fatto odiare l’espressione noia, e doccia calda. Abito buono. Buonanotte peccatori.
Capitolo 8 – Gola
È domenica, e si sa che è questo il giorno deputato alla gola, vizio dell’abbandono e dell’autogratificazione. Ho riservato per ultima la gola perché credo che la Domenica sia quel giorno della settimana dove più d’altri sia possibile ritrovarsi a convivio con le altre sorelle peccaminose e lasciarsi traviare dalla più rubiconda di tutte, morbida e calda, con il viso di donna sincera e le mani d’amante attenta. Si inizia sempre con una colazione abbondante, di quelle dove in due è meglio, servita a letto, o condivisa in cucina dove uno dei due innamorati è intento a prepararla mentre l’altro dorme, o ancora gustata in esterna occasione d’incontro e di tentazione. Le ho provate tutte queste situazioni, e oggi non riesco a descriverne una più distinta dall’altra. Posso descrivere quella che immagino, l’ultima impressa nella mia mente, anche se non era domenica. Ma poco importa. Caffè della moka, biscotti al grano saraceno e lei che mi canzona. Una gatta che gironzola per casa, e io che come un adone buffo mi lascio prendere in giro da entrambe, donne di questa mia parte di vita. E oggi sono giorni di scarso appetito, ma con lei Gola torna a bussare, lei che cucina vongole e serve invitandomi a mangiare. Lei che ha incarnato tutte le altre sorelle, lei che è diventata per me Lussuria, lei che m’ha spinto ad Accidia per tutte le volte che ho odiato di viver senza lei, lei che ha visto in me un impeto d’Ira impotente di chi vorrebbe fare ma non può, lei che m’ha visto invidioso d’altri che eran lì con lei mentre io non c’ero, lei che m’ha fatto innamorare d’Avarizia per dedicare a lei ogni mia risorsa, lei che m’ha ricordato Superbia d’esser uomo al suo fianco, oggi lei è per me Gola. Che io non ho appetito quando non son con lei, e io di mio ho sempre amato il cibo, trovandone gratificazione, cene indimenticabili, e trasgressioni costanti. Io che oggi ho fame di lei, e Gola sta lì seduta al mio tavolo e mi invita a mangiare, ma non trovo alcuno stimolo né interesse in un vizio che non puoi perpretrare da solo o con chi non ti importa. Perché puoi far tutto il resto con qualcuno di cui ti interessi poco, ma sedersi a tavola e mangiare, mangiare di gusto intendo, puoi farlo soltanto con chi ami osservare mentre mangia, nell’atto più erotico e allo stesso tempo innocente e naturale che ognuno di noi compia. Scrivo soltanto oggi quest’ultimo capitolo, avulso dal resto, perché fin qui non avevo idea di cosa fosse davvero Gola. Lei non è mangiare a sazietà, o non resistere di fronte a delle leccornie, Gola è piacere di condividere lo stesso piatto, e mangiar con le mani alla stessa tavola, spezzare lo stesso pane e bere lo stesso vino, mentre il resto della famiglia t’osserva, a tratti applaude e Otio si fa lettera viva. Godete della tavola imbandita e amatevi su d’essa.
