teatrante

sono andato in giro

con lo stesso spettacolo

per anni infiniti

la stessa maschera

le stesse battute

la stessa scena

cercando sempre nuovo auditorio

che non fosse ancora stanco

di quel teatrante di strada

 

affascina la recita

e coglie applausi

finchè non cala sipario

che lascia soli con un drappo in mano

 

ho dismesso i panni

della caricatura di me

son nudo da ogni costume

e al mondo vado

con nient’altro che io

che offro la mia gioia di vivere

 

a te mi inchino

La neve e la foglia – Favola bianca

Un’altra di quelle volte…

“Che fai alla finestra Lia?”

“Zuccone, nevica!”

Leo alla parola zuccone era già con il naso incollato al vetro.

“Nevica!” esclamó Leo.

“Però adesso, torniamo a letto, che tu sei piccino e la notte devi dormire.”

“Si Lia. Ma hai visto quella foglia?”

“Si, guardala bene, tra un pó verrà tutta ricoperta dalla neve”

Venne il giorno e un timido sole svegliò Leo.

“Sveglia Lia, è giorno! Si va a giocare a palle di neve!”

Presto detto Leo era già in cucina trotterellante e pronto a farsi imbacuccare dalla mamma per giocare nella neve.
Lia, invece, non aveva granché voglia.

“Ti prego Lia, andiamo a giocare…”

“Non devi pregarmi Leo, non c’ho voglia”

Leo uscí a giocare da solo. Cercava suo malgrado di costruire un pupazzo di neve. Lia tornata a letto ogni tanto lo sbirciava dalle tende.

“Guardalo lì, non sarà mai capace di farlo”

Leo non rinunciava di certo a costruire il pupazzo anche perché voleva farlo bello bellissimo per Lia.

Il pupazzo veniva su, alto quanto Leo, quindi un pupazzo bambino, con braccia di rametti, due sassi a fare gli occhi, un cordoncino rosso a tratteggiare il sorriso, e una piccola patata come naso.

Fatta colazione, Lia guardò ancora Leo dalla finestra e lo vide chiacchierare con il pupazzo di neve. Allora si decise ad uscire in giardino.

Lia osservava Leo che non sembrava soddisfatto di come avesse realizzato il pupazzo. Vide poco distante quella foglia che nella notte era stata nascosta dalla neve e che il sole aveva liberato. La prese, si avvicinó al pupazzo di neve di Leo e appoggiò la foglia sulla testa del compagno di giochi di Leo, come fosse un cappello.

“Bravo Leo, é bellissimo!”

“Dici davvero, Lia?”

“Certo, ti ho osservato dalla finestra. Vieni a vedere con me.”

Entrambi attaccati al vetro guardavano il pupazzo.

“No, Lia, secondo me tu l’avresti fatto più bello”

“Leo, l’hai fatto con tanto impegno, e per me é bellissimo!”

“Allora, se piace a te, é davvero bellissimo!”

Detto ció Leo, si tuffó nel barattolo dei biscotti, e Lia rimase ancora un pò a guardare il pupazzo di neve al sole che Leo aveva fatto per lei.

Guardò il piccolo che mangiava di gusto i suoi biscotti, soddisfatto e felice. A questa scena Lia sorrise, andò verso Leo e lo baciò in fronte.

Leo, fu davvero convinto allora di aveva realizzato il miglior bambino di neve del mondo.

con il cuore che corre

ho tenuto sempre a freno

le pulsioni della passione

razionalizzate e con il guinzaglio corto

che non tirassero troppo

il cuore corre

e il cervello rallenta

ma capita che sfugga

e di notte prenda la via

correndo da lei

quando te ne accorgi

vorresti andare a riprenderlo

ma sta bene lì dov’è

tra braccia di donna

e profumo di capelli sciolti

si ritrovano a cena

cuore e mente

al tavolo con amore

che interroga

il patto è sancito

si amerà

di mente e cuore

Verde castello – favola a colori

Anche stavolta…

“Dormi?”

“No, aspettavo che ti svegliassi”

Lia schioccò un bacio in fronte a Leo e stiracchiatasi un pó prese a vestirsi.

“Andiamo in giardino, pigrone. C’é una bella giornata, giochiamo un pó”

Leo uscí dal letto, che era già vestito a modo per stare in giardino.

“Ma sei andato a letto vestito cosí e non me ne sono accorta?”

“Mi son vestito così appena sveglio e poi ho aspettato che ti svegliassi e speravo che volessi giocare con me stamattina”

D’un baleno fecero colazione con mamma e papà che osservavano divertiti quelle due piccole testoline che fremevano dalla voglia di uscire in giardino.

Giocarono più di un’ora a palla, rincorrendosi, senza fermarsi un attimo. Leo che era piccino ogni tanto inciampava su qualcosa, molto spesso su se stesso, poi si tirava su con una grande risata e riprendeva a correre. Lia lo osservava e pensava che Leo non si lamentava mai e non piangeva, a differenza del cuginetto coetaneo che frignava di continuo anche quando lo si invitava a giocare a palla.

“Leo riposiamoci un pò. Mettiamoci al sole”

Erano distesi sul prato uno di fianco all’altra.

“Come fai te cosí piccino a non piangere mai? Non fai i capricci e anche quando cadi non ti esce una lacrima”

“Faccio come te Lia, che domande! Anche te non piangi mai”

Leo colse una margherita e porgendola a Lia continuò.

“Hai pianto soltanto una volta tu, che stavi male, e avevi la febbre alta. Ecco quel giorno ho pianto anche io mentre tutti dormivate. E ho deciso che non va bene piangere perché poi chi ti vuol bene piange per te. Meglio ridere!”

“Che bravo bambino che sei, anche se non sai giocare a palla”

“Leo, dimmi un pò, di che colore é un castello”

“Fammi pensare. Color mattone!”

“Dici? Ma dai. Per me no”

“E che colore ha un castello secondo te?”

“Verde”

“Verde?”

“Si, come quello della copertina del libro delle favole.”

“Ma non é verde”

“Si che lo é, é verde come l’edera che ci cresce su”

Ripresero a giocare, e ad ogni incespicata di Leo, risero a crepapelle.

“Lia, se l’albero é verde, noi siamo rossi, perché il sole c’ha baciato e ci ha dato il suo colore.”

era sera

era sera,

che adesso non lo è più

e io ormai non so cos’era

se fosse sera oppure no

perché di colpo sole fu

mi trovai a passeggiare

ascoltando la tua voce

che aprì di fronte a me

una vita di primavera

e di certo non era sera

no non lo era

che sera non sarà più

perché sarà sempre primavera

e m’hai detto che non finirà più

sapessi quanto ho atteso

che tu lo sai di certo

altrimenti non avresti atteso

di far si che sera non fosse più

e diversi si fosse da quel che s’era

come se arrivi primavera

in tutto, in tutto ciò

ci sei tu

che sei giorno perenne

e hai sconfitto ciò che s’era